Kraken calls for de minimus exemption on crypto taxes after 2025 reports

Kraken e il nodo fiscale delle crypto minuscole

Un problema di costruzione normativa

La richiesta di Kraken per una esenzione de minimis va letta come un attacco frontale alla logica con cui gli Stati Uniti stanno imponendo il reporting sulle crypto. Il punto non è solo tecnico: è politico e operativo. Se il sistema fiscale obbliga a documentare anche movimenti di valore quasi nullo, il risultato non è maggiore efficienza, ma attrito amministrativo. E quando l’attrito cresce, la compliance diventa più costosa proprio per utenti normali, non per i grandi operatori.

Il tema è diventato urgente perché l’IRS ha già introdotto il Form 1099-DA per alcune transazioni digitali a partire dall’attività del 2025. Kraken sostiene che l’impianto stia trasformando transazioni piccolissime in eventi fiscali pienamente tracciati, con una quantità di carta che non migliora davvero la riscossione. Per un mercato che si sta ancora abituando a regole più rigide, questo tipo di sovraccarico può pesare sulla partecipazione retail e aumentare la confusione sul calcolo di proceeds, basis e obblighi dichiarativi.

I numeri che hanno acceso il dibattito

Kraken afferma di aver emesso oltre 56 milioni di moduli 1099-DA per l’attività del 2025 e che quasi un terzo riguardava transazioni sotto 1 dollaro. È un dato che, se confermato nella sua sostanza economica, descrive un sistema che non seleziona bene ciò che conta davvero dal punto di vista fiscale. L’exchange sostiene inoltre che i moduli mostrano soprattutto i proventi lordi, mentre il quadro su cost basis e altri elementi utili alla dichiarazione resta incompleto per molti contribuenti.

L’IRS, nel frattempo, ha chiarito che il Form 1099-DA si applica ai broker statunitensi per l’attività del 2025, e che i contribuenti devono comunque dichiarare guadagni e perdite anche quando non ricevono il modulo. Ha anche concesso relief transitorio ai broker durante la fase di avvio. Questo significa che il sistema è già in una fase di assestamento, con regole nuove ma ancora non pienamente digerite da mercato e intermediari. La domanda, ora, è se questo assestamento debba restare così granolare oppure introdurre una soglia minima più razionale.

Perché la soglia minima conta davvero

Il nodo centrale è la differenza tra attività economica significativa e semplice uso quotidiano della rete. Una soglia de minimis servirebbe a separare le micro-trasazioni dal vero evento imponibile, evitando di trattare allo stesso modo un pagamento marginale e una vendita sostanziale. Questa non è una richiesta di alleggerimento ideologico; è una richiesta di proporzionalità. Un sistema che tassa la complessità operativa come se fosse un guadagno materiale rischia di diventare inefficiente e persino controproducente.

C’è anche un quadro internazionale più ampio. L’OCSE sta spingendo il Crypto-Asset Reporting Framework verso una maggiore armonizzazione dal 2026, segno che la direzione generale è più controllo, non meno. Proprio per questo il dibattito su una soglia minima è importante: non contraddice la trasparenza, ma prova a renderla sostenibile. Il vero problema non è raccogliere dati; è raccogliere dati utili, senza imporre costi sproporzionati sull’ecosistema.

Cosa significa per gli investitori

Per gli investitori, il messaggio è semplice: il rischio compliance sta diventando parte della struttura di costo del mercato crypto. Gli exchange che riescono a semplificare la fiscalità avranno un vantaggio competitivo, mentre quelli che la rendono troppo complessa potrebbero perdere utenti meno sofisticati. Nel medio periodo, questo può influenzare anche i flussi di trading, il comportamento dei piccoli risparmiatori e la preferenza per piattaforme che offrono strumenti fiscali più chiari.

Da monitorare: eventuali risposte del Tesoro o del Congresso alla richiesta di de minimis exemption, l’eventuale ampliamento del relief transitorio per i broker e la posizione di altri grandi exchange. Se il settore si coordina, la questione potrebbe passare da reclamo operativo a vero tema normativo.

Focus: Quando un modulo fiscale nasce per inseguire micro-importi, il problema non è la tracciabilità: è la proporzione.

Lena Strauss, Regulation & Policy Reporter, The Chain Journal

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